Sarà d’estate che le nostre mani
per caso si sfioreranno, le iridi
senza intenzione brilleranno e senza intenzione
ci guarderemo, un po’ più a lungo del dovuto
alle scimmie delle regole, ai cervi degli anni, al criceto
di un piccolo domani, più a lungo del dovuto
ai tanti abitanti dei nostri cammini.
Sarà d’estate che ci chiederemo
come sarebbe stato il nostro tempo
– ma non ci parleremo, sedute taceremo
ogni luna voluta, ogni bacio insensato, ogni
minuto sperato – come sarebbe stato
mie giovani amiche, come sarebbe stato?

     

(inedito)

    


     

In apertura: foto di Robert Mapplethorpe

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Marco Ribani: 25 aprile

    

Al partigiano Colzani 

 

1

Avevo due paure
La prima era quella di uccidere
La seconda era quella di morire
Avevo diciassette anni
Poi venne la notte del silenzio
In quel buio si scambiarono le vite
Incollati alle barricate alcuni di noi morivano d’attesa
Incollati alle barricate alcuni di noi vivevano d’attesa
Poi spuntò l’alba
Ed era il 25 Aprile

2

Una volta che avevo diciassette anni ed ero quasi a forza partigiano
trovammo nel perlustrare una cantina due fascisti
Senza le armi son come scatole svuotate
e a noi due morti in più portavan niente
Così li aiutammo a sparire a calcinculo
Ma poi anni dopo uno lo incontrai che aveva una bambina
e mi guardò e mi disse
Ti devo la mia vita e lei la sua
E io pensai che se avesse vinto lui la guerra
non ci saremmo stati né io né i miei tre figli.

 

(inediti)

 


   

In apertura: opera di Renato Guttuso

    
    

     

Se tu fossi vento io
starei ferma
tra le lavande di giugno, immobile
con abiti ampi, bianchi di bucati antichi
ti lascerei passare, aperta e sorridente
come scampata
alla storia, agli anni, alla fossilizzazione
degli ammoniti, ti lascerei entrare
sotto i cotoni nascosti, tra le pieghe della gonna
ti lascerei rubare ogni profumo – terra della terra
fiore di ogni fiore – vento mio, mio sole – ti donerei
questo nostro nuovo tempo passato.

     

(inedito)

    


     

In apertura: foto di Mario Giacomelli

    

io non sono io sono
te
ormai
e i bambini.
e l’acqua di Marte
con tutti i suoi suoni, gli uccelli
i pesci, le piante
i sentieri e tutti i morti
del mondo
scordati nel grano.

        

da Variazioni sul tema del tempo, pubblicazione indipendente collana Versante ripido 2018 disponibile su Amazon

variazioni sul tema del tempo cover ver 06092018

     


     

In apertura: foto di Mario Giacomelli

     

A Silvia

Mia sorella è il sorriso dei gatti
nascosti tra i fiori, mia sorella ha negli occhi
una casa di ringhiera, dipinta di rosso
dove non te l’aspetti, mia sorella ha il sapore
della polvere che solleva la bicicletta,
                                                     è una soffitta
è un canto di strada, una pioggia improvvisa
di parole, mia sorella declama poesie
con un ombrellino in mano, annaffia le rose
stando sulle punte       sui fili del bucato.

    

da Ursprüngliches Leben, pubblicazione indipendente Edizionifolli 2018, coprodotto e corealizzato con Silvia Secco e Martina Dalla Stella disponibile su Amazon

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In apertura: foto di Gianni Berengo Gardin

     

Se piovessero bombe o se piovesse sangue
se stessimo in un cimitero a bagnarci, se
fossimo infreddoliti in un luogo sperduto
e ci piovesse addosso, se la pioggia
fosse incessante per giorni e tenessimo
i piedi nel fango, se fosse notte
mentre piove, se acqua scorresse sul viso
come lacrime, se con gli abiti zuppi
dovessimo passare un confine
se non potessimo lavarci via
né la sporcizia né l’umiliazione.

    

da Ursprüngliches Leben, pubblicazione indipendente Edizionifolli 2018, coprodotto e corealizzato con Silvia Secco e Martina Dalla Stella disponibile su Amazon

ur copertina 16062018 con ombra

   


     

In apertura: foto di Mario Giacomelli

    

in fondo la pioggia
specchierebbe le piazze
ugualmente triste
la malinconia dei fiori
una luce d’eclissi
sarebbero le stesse
non aumenterebbe la giustizia sociale
non calerebbe la disoccupazione
i calzoni rossi dei barboni
non sarebbero meno strappati
sulle ginocchia, meno consunti
non ci sarebbero angeli in cielo
derive quantiche di canti.
in fondo la pioggia
sarebbe la stessa.

      

da Fantasmi, spettri, schermi, avatar e altri sogni, Marco Saya Ed. 2016

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In apertura: foto di Mario Giacomelli

    

ti potrei parlare della vita

Ti potrei parlare della vita, di quella volta
che sono stata Dio nella mia pancia, ti potrei dire
di come sia facile confondere
ragnatele con amore e di come fa paura
solo ciò che non si conosce. Sulla morte
ho scritto un libro, forse lo leggerai,
ma non è un tema importante. Potrei anche
valutare qualcosa di artistico
o di formale: che tempo fa da te, oggi? Poi,
potrei mandarti una canzone
di Cohen, con dentro tutto quello
che una donna desidera sentire.
Se conoscessi la risposta, potrei spiegarti
perché corro, della fretta che ho
di arrivare in fondo. O potrei anche
smettere di parlare e rimanere a lungo
in ascolto della tua voce, senza respirare.

 

I could tell you of life

I could tell you of life, of that time
I was God in my belly, I could tell you
of how easy it is to confuse
cobwebs with love and how only the
unknown causes fear. Of death,
I have written a book, perhaps you will read it,
but it’s not an important theme. I could even
consider something artistic
or formal: what’s the weather where you are today? Then,
I could send you a song
by Cohen, its inner message telling all
that a woman desires to hear.
If I knew the answer, I would explain to you
why I run, of the deep down
hurry I have. Or I could even
stop talking and listen for long
to your voice, without breathing.

    

da “Eros and polis”, Terra d’ulivi Ed. 2014, Xenos Books / Chelsea Ed. 2016 USA – Traduzione di Emanuel Di Pasquale

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In apertura: foto di Henri Cartier Bresson

    

Il paradosso di Copernico

Scriverò del paradosso di Copernico
di essere qui eppure altrove
Immobili e già andate
le mie bambine
le mie ragazze
e l’amante fidanzata sposa
La figlia poi madre poi figlia ancora, differente

Andate in una rivoluzione di cellule.
Inesorabile nel conto degli anni
ricambiò il corpo e la mente.
Confonde i ricordi della pelle
come quelli delle labbra
e dell’udire

Ogni senso ogni pensiero appartenuto ad altra
Di esso un’orbita nella materia
solco che rapido si rimargina
E si ostinano a chiamarmi
con il nome della nascita
Ciò che è scritto già non mi appartiene

     

da Il tempo dell’esistenza, Marco Saya Ed. 2012

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In apertura: foto di Man Ray

    

Giovane ricordo

I miei buffi ricordi
scappano intorno
Li perdo di vista in un attimo
Il megafono della spiaggia
non avvisa
“si é perso un pensiero
di cinque anni fa
col costumino rosso”

Poi chiudo gli occhi
e ne trovo uno lì
pronto ad abbracciarmi
per il bacio della buonanotte

Ha i tuoi stessi occhi scuri
gli manca un dente,
così sorride meglio
quando mi vede
E fa i capricci
per stare con me nel lettone

Si addormenta quieto
succhiandomi il seno
e lì rimane fino al mattino

     

da Il tempo dell’esistenza, Marco Saya Ed. 2012

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In apertura: foto di Claudia Zironi

    

Dino Campana: viola

    
O il tuo corpo! il tuo profumo mi velava gli occhi: io non vedevo il tuo corpo (un dolce e acuto profumo): là nel grande specchio ignudo, nel grande specchio ignudo velato dai fumi di viola, in alto baciato di una stella di luce era il bello, il bello e dolce dono di un dio: e le timide mammelle erano gonfie di luce, e le stelle erano assenti, e non un Dio era nella sera d’amore di viola: ma tu leggera tu sulle mie ginocchia sedevi, cariatide notturna di un incantevole cielo. Il tuo corpo un aereo dono sulle mie ginocchia, e le stelle assenti, e non un Dio nella sera d’amore di viola: ma tu nella sera d’amore di viola: ma tu chinati gli occhi di viola, tu ad un ignoto cielo notturno che avevi rapito una melodia di carezze. Ricordo cara: lievi come l’ali di una colomba tu le tue membra posasti sulle mie nobili membra. Alitarono felici, respirarono la loro bellezza, alitarono a una più chiara luce le mie membra nella tua docile nuvola dai divini riflessi. O non accenderle! non accenderle! Non accenderle: tutto è vano vano è il sogno: tutto è vano tutto è sogno: Amore, primavera del sogno sei sola sei sola che appari nel velo dei fumi di viola. Come una nuvola bianca, come una nuvola bianca presso al mio cuore, o resta o resta o resta! Non attristarti o Sole! Aprimmo la finestra al cielo notturno. Gli uomini come spettri vaganti: vagavano come gli spettri: e la città (le vie le chiese le piazze) si componeva in un sogno cadenzato, come per una melodia invisibile scaturita da quel vagare. Non era dunque il mondo abitato da dolci spettri e nella notte non era il sogno ridesto nelle potenze sue tutte trionfale? Qual ponte, muti chiedemmo, qual ponte abbiamo noi gettato sull’infinito, che tutto ci appare ombra di eternità? A quale sogno levammo la nostalgia della nostra bellezza? La luna sorgeva nella sua vecchia vestaglia dietro la chiesa bizantina.
    
da IL VIAGGIO E IL RITORNO

     

In apertura: opera di Marc Chagall

    
     
    

Silvia Secco: arrivare

    

Prima, nel lungo tempo anteriore, non ho fatto

che levare – una lettera alla volta del tuo nome

quando lo chiamavo, ed era già in tutte le parole,

nelle canzoni di Fossati della bocca e del vapore

vasto, come una città – Milano, io mi ricordo:

lasciavo la casa allora, disadorna e feroce

e bianca di latte e coperta di lenzuoli, come accade

dopo la lotta e dopo la rivoluzione.

Ma tu mi hai scritto che saresti arrivato alle otto.

Hai scritto alle otto, arrivare. Hai scritto

– inimmaginata mia primavera – arrivare:

mia nuova curva lunare, virgola d’esplicitazione,

stato di quiete mio. Arrivare.

     

da AMARENE


     

In apertura: opera di Mosè Bianchi

    
    

Orhan Pamuk: meraviglia

    
Se nel contesto del disegno c’è amore, il disegno deve essere fatto d’amore, se c’è dolore, anche nel disegno deve scorrere il dolore. Ma il dolore non deve scaturire dai personaggi del disegno o dalle lacrime , ma dalla sua armonia interna che in un primo momento non si vede ma si sente. Io non ho disegnato un personaggio a bocca aperta come fanno centinaia di maestri da secoli per illustrare la meraviglia, ma ho meravigliato tutto il disegno.
    
da IL MIO NOME È ROSSO
    
     
    

Enea Roversi: Preghiera del cittadino stanco

    

Liberaci dal male, o Signore.
Liberaci dalle flatulenze del potere
Dall’arroganza interministeriale
E da quella misera e quotidiana
Dagli amici corrotti e dai nemici nascosti
Dalla triviale opulenza
E dall’inaccettabile sofferenza
Dai parassiti di ogni specie
Dai padroni delle guerre
Dagli uomini stupidi e pericolosi

Liberaci dal falso progresso
Dalla logica del denaro
E dal denaro senza alcuna logica
Dalla ricchezza ostentata
E dalla povertà mal sopportata
Dai saltimbanchi del dolore
E dagli esteti della catastrofe
Liberaci dall’odio istituzionale
Dalla paura brandita come clava
E dalla cattiveria giustificata

Liberaci, o Signore, dall’apatia
Dalla follia dei potenti
E dalla nostra rassegnazione
Fa che ogni nostra azione
Conduca a ottenere il meglio
Partendo da cuore e ragione
Fa che i nostri cuori riprendano
A vibrare di rabbia e di passione
Aiutaci infine a ritrovare la bellezza
Delle nostre anime perse. Amen

   


     

In apertura: opera di Enea Roversi

    
    

Paolo Polvani: Il giorno che morirò

    

Mamma, il giorno che morirò

il cielo continuerà a essere

sfacciatamente azzurro?

e il mare a sussurrare parole

indecifrabili e salate?

scodinzoleranno i cani il giorno

che morirò?

lumacheranno le lumache e i gatti,

gatteranno i gatti?

mamma il giorno che morirò le portinaie

ciabatteranno ancora? e le campane

avranno da ridire le campane?

e i fornai? germoglierà nelle strade

il profumo del pane?

     

Il giorno che morirai accadrà tutto questo,

e le ragazze avranno ancora sguardi innamorati

e i tram si fermeranno ai semafori.

Il giorno che morirai i muratori avranno le mani

sporche di calce e il mondo

sarà quello di prima, con le lacrime agli occhi

e i sorrisi di sempre, le parole

nella tromba delle scale e i bambini

che corrono, il giorno che morirai ci sarà il sole

o forse pioverà.

     

Allora mamma, il giorno che morirò

sarà una festa, tu, per favore,

tieni la finestra aperta.     

     

 

da CUCINE ABITABILI


     

In apertura: opera di Salvador Dalì

    

Slavoj Zizek: il debito

    
In gruppi sociali più primitivi, i debiti contraibili nei confronti degli altri erano limitati e potevano dunque essere condonati, mentre con l’avvento di imperi e monoteismi il debito sociale o divino di ciascun individuo sarebbe diventato di fatto impagabile. Il cristianesimo ha perfezionato questo meccanismo: un Dio onnipotente equivale a un debito infinito; allo stesso tempo, la colpa connessa alla mancata corresponsione è stata interiorizzata. Il solo modo di ripagare il debito è attraverso l’obbedienza: alla volontà di Dio, alla Chiesa. Il debito, con la sua presa sui comportamenti passati e futuri e la sua portata morale, ha costituito un formidabile strumento di governo. Non restava che secolarizzarlo.
Questa costellazione fa sorgere un tipo di soggetto caratterizzato da una specifica moralità e temporalità. Il soggetto indebitato effettua contemporaneamente il lavoro salariato e il lavoro su di sé necessario affinché egli sia in grado di promettere, di ripagare i debiti, di assumere su di sé la colpa connessa all’indebitamento. Inoltre, per essere in grado di sdebitarsi (per ricordare le proprie promesse), esso deve rendere il proprio comportamento prevedibile, regolare e valutabile. Ciò non soltanto agisce efficacemente contro qualsiasi rivolta futura, considerata l’inevitabile sospensione della capacità di ripagare che essa comporterebbe ma implica anche la cancellazione della memoria delle passate ribellioni e degli atti di resistenza collettiva che hanno perturbato il corso ordinario del tempo. Questo soggetto indebitato è costantemente esposto al giudizio degli altri: determinazione di obiettivi personalizzati sul posto di lavoro, valutazione dei meriti di credito, colloqui individuali per chi beneficia di prestazioni sociali o crediti pubblici. Il soggetto è quindi costretto non solo a dimostrare di poter ripagare il debito (e di risarcire la società attraverso comportamenti «corretti»), ma anche ad assumersi la colpa per ogni errore. È qui che l’asimmetria tra creditore e debitore diventa palpabile: l’«imprenditore-di-sé» indebitato è più attivo del soggetto della precedente, e più disciplinare, modalità di governo; tuttavia, privato com’è della capacità di amministrare il proprio tempo o di giudicare i propri comportamenti, la sua autonomia è severamente limitata.
    
da PROBLEMI IN PARADISO

     

In apertura: opera di Pablo Picasso

    
     
    

Mariangela Gualtieri: Sii dolce con me

    

Sii dolce con me. Sii gentile.

È breve il tempo che resta. Poi

saremo scie luminosissime.

E quanta nostalgia avremo

dell’umano. Come ora ne

abbiamo dell’infinità.

Ma non avremo le mani. Non potremo

fare carezze con le mani.

E nemmeno guance da sfiorare

leggere.

Una nostalgia d’imperfetto

ci gonfierà i fotoni lucenti.

Sii dolce con me.

Maneggiami con cura.

Abbi la cautela dei cristalli

con me e anche con te.

Quello che siamo

è prezioso più dell’opera blindata nei sotterranei

e affettivo e fragile. La vita ha bisogno

di un corpo per essere e tu sii dolce

con ogni corpo. Tocca leggermente

leggermente poggia il tuo piede

e abbi cura

di ogni meccanismo di volo

di ogni guizzo e volteggio

e maturazione e radice

e scorrere d’acqua e scatto

e becchettio e schiudersi o

svanire di foglie

fino al fenomeno

della fioritura,

fino al pezzo di carne sulla tavola

che è corpo mangiabile

per il mio ardore d’essere qui.

Ringraziamo. Ogni tanto.

Sia placido questo nostro esserci –

questo essere corpi scelti

per l’incastro dei compagni

d’amore.

      

       

da “Bestia di gioia” / “Mio vero”


     

In apertura: opera di Martina Dalla Stella

Agostino d’Ippona: il tempo

    
Un fatto è ora limpido e chiaro: né futuro né passato esistono. È inesatto dire che i tempi sono tre: passato, presente e futuro. Forse sarebbe esatto dire che i tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell’animo e non le vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente la visione, il presente del futuro l’attesa. Mi si permettano queste espressioni, e allora vedo e ammetto tre tempi, e tre tempi ci sono. Si dica ancora che i tempi sono tre: passato, presente e futuro, secondo l’espressione abusiva entrata nell’uso; si dica pure così: vedete, non vi bado, non contrasto né biasimo nessuno, purché si comprenda ciò che si dice: che il futuro ora non è, né il passato. Di rado noi ci esprimiamo esattamente; per lo più ci esprimiamo inesattamente, ma si riconosce cosa vogliamo dire
    
da LE CONFESSIONI

     

In apertura: opera di Pietro da Rimini

    
     
    

Daniele Barbieri: Noi qui

    

Noi, qui

noi, quando la sera azzanna il cuore, quando noi azzanna
il cuore la sera, noi, che il cuore azzanna nella sera,

quando le zanne del cuore azzannano la sera, e noi,
qui, noi che il cuore è di zanne, noi che sul cuore la sera

si fa sera, zanne, cuore, noi, quando le zanne azzannano
le zanne, quando la sera azzanna il cuore, e noi, noi, noi

     

da DISTONIA

    

   


     

In apertura: opera di Gian Ruggero Manzoni

Carlo Rovelli: il tempo

    
A livello fondamentale il tempo non c’è. Ci sono processi elementari in cui quanti di spazio e materia interagiscono tra loro in continuazione. L’illusione dello spazio e del tempo continui intorno a noi è la visione sfocata di questo fitto pullulare di processi.  Come possiamo accettare l’idea che il tempo non sia reale? Quello del tempo è un problema con cui ci si è scontrati lavorando sulle equazioni fondamentali. Dobbiamo farci i conti, ma forse è più semplice di quanto sembri a prima vista. In fondo noi viviamo in un mondo in cui c’è l’alto e il basso, ma sappiamo bene che si tratta di una distinzione locale e che non vale per tutto l’universo. Anche il tempo probabilmente è così: utile per descrivere fenomeni alla nostra scala, imprescindibile nella nostra esperienza quotidiana, ma che non vale per tutto l’universo.

     

In apertura: opera di John Constable

    
     
    

Giorgio Manganelli: Otto

    

Il signore vestito di chiaro si accorge improvvisamente dell’assenza. Vive in quella casa da molti anni, ma solo ora, quando verosimilmente il suo soggiorno volge al termine, si avvede che in una stanza semivuota vi è una zona di assenza. La stanza semivuota è, dopotutto, una stanza come le altre; e, se non fosse per l’assenza, nessuno la noterebbe. L’assenza, va da sé, non ha nulla a che fare con il vuoto. Una stanza totalmente vuota può essere priva di assenza, e nemmeno spostando rapidamente un mobile si crea una vera e propria assenza. Non si crea nulla. Ora il signore non più giovane, che è vissuto molti anni in quella casa, che ha attraversato innumerevoli volte quella stanza, ha scoperto che in quell’angolo non c’è un vuoto, ma un’assenza. Sa anche di averla percorsa numerose volte, e di essere egli stesso implicato, non sa come, in quell’assenza. Egli scruta quell’assenza, e naturalmente non ne capisce molto. Tuttavia, qualcosa della sua vita in quella casa gli pare meno chiaro. Si sa che le assenze non traslocano facilmente; e può essere che il bisogno di aver vicino quell’assenza lo abbia indotto a protrarre di anno in anno un soggiorno in una casa che non ama, tra i mobili che gli sono estranei. Tutto gli è estraneo in quella casa, eccetto l’assenza. L’assenza è talmente importante, che potrebbe rinunciare a tutto ciò che rende la sua vita tollerabile – sebbene tollerabile non sia – pur di non assentarsi dell’assenza. È tentato, naturalmente, a porsi molte e contrastanti domande su quell’assenza. Un uomo ha sempre sulle labbra un “Che cosa è?”. Ma l’uomo non è invecchiato invano. Metodicamente elimina in sé ogni desiderio di interrogare, di sapere, di indagare. Tenebre o luce gli sono indifferenti, come amore o abbandono. Sa che l’assenza è indifferente, e tuttavia sa anche che codesta indifferenza è talmente importante, che senza di essa egli sarebbe del tutto disperato. Solo di questo si stupisce: di avere scoperto così tardi, a giochi fatti, di non essere mai stato abbandonato, come credeva, ma di avere coabitato da sempre con una indifferenza che, ora, considera la spiegazione della sua sopravvivenza.

    
da CENTURIA – Cento piccoli romanzi fiume

     

In apertura: opera di Edward Hopper

    
     
    

Alejandra Pizarnik: Restos

    

Restos. Para nosotros quedan los huesos de los animales y de los hombres. Donde una vez un muchacho y una chica hacían el amor, hay cenizas y manchas de sangre y pedacitos de uñas y rizos púbicos y una vela doblegada que usaron con fines oscuros y manchas de esperma sobre el lodo y cabezas de gallo y una casa derruida dibujada en la arena y trozos de papeles perfumados que fueron cartas de amor y la rota bola de vidrio de una vidente y lilas marchitas y cabezas cortadas sobre almohadas como almas impotentes entre asfódelos y tablas resquebrajadas y zapados viejos y vestidos en el fango y gatos enfermos y ojos incrustados en una mano que se desliza hacia el silencio y manos con sortijas y espuma negra que salpica a un espejo que nada refleja y una niña que durmiendo asfixia a su paloma preferida y pepitas de oro negro resonantes como gitanos de duelo tocando sus violines a orillas del mar Muerto y un corazón que late para engañar y una rosa que se abre para traicionar y un niño llorando frente a un cuervo que grazna, y la inspiradora se enmascara para ejecutar una melodía que nadie entiende bajo una lluvia que calma mi mal. Nadie nos oye, por eso emitimos ruegos, pero ¡mira! El gitano más joven está decapitando con sus ojos de serrucho a la niña de la paloma. Yo estaba predestinada a nombrar las cosas con nombres esenciales. Yo ya no existo y lo sé; lo que no sé es qué vive en lugar mío. Pierdo la razón si hablo, pierdo los años si callo. Un viento violento arrasó con todo. Y no haber podido hablar por todos aquellos que olvidaron el canto.

Traduzione dallo spagnolo di Florinda Fusco:

Resti. Per noi rimangono le ossa degli animali e degli uomini. Dove una volta un ragazzo e una ragazza facevano l’amore, ci sono ceneri e macchie di sangue e pezzettini di unghie e ricci pubici e una vela piegata che usarono con fini oscuri e macchie di sperma sopra il fango e teste di gallo e una casa diroccata disegnata sulla sabbia, e pezzetti di fogli profumati che furono lettere d’amore e la rotta sfera di vetro di una veggente e lillà appassiti e teste tagliate su guanciali come anime impotenti tra asfodeli e tavole crepate e scarpe vecchie e vestiti sul fango e gatti malati e occhi incrostati in una mano che scivola verso il silenzio e mani con anelli e schiuma nera che schizza su uno specchio che nulla riflette e una bambina che dormendo asfissia la sua colomba preferita e monetine di oro nero risuonanti come zingari di dolore che suonano i loro violini a conchiglie del mar Morto e un cuore che batte per ingannare e una rosa che si apre per tradire e un bambino che piange di fronte a un corvo che gracchia e l’ispiratrice si maschera per eseguire una melodia che nessuno capisce sotto una pioggia che calma il mio male. Nessuno ci ascolta, per questo pronunciamo preghiere, ma guarda! Lo zingaro più giovane sta decapitando con i suoi occhi di saracco la bambina della colomba. Io ero predestinata a nominare le cose con nomi essenziali. Io non esisto più e lo so; quello che non so è che cosa vive al posto mio. Perdo la ragione se parlo, perdo gli anni se sto in silenzio. Un vento violento distrusse tutto. E non aver potuto parlare per tutti quelli che dimenticarono il canto.

 

    
da El infierno musical

     

In apertura: opera di Hieronymus Bosch

    
     
    

Emanuela Rambaldi: la cartolina bruciata

Racconto.

     

      

IL LUOGO

bar piccolo dai tavoli a conchiglia le pareti scintillanti di bianco cadaverico – camerieri in tute candide e spente – neon bianchi al soffitto fusi col pallore spettrale dei volti incipriati di noia –

LA SCENA

coppie di ibridi corpi si assaggiano le mani con carezze lente e languide – sorseggiano latte dagli ampi cristalli dei bicchieri con grosse cannucce ripiegate agli angoli – banchi vuoti qua e là – solitari a volte richiamano gli automi vacui e ordinano bevande dal sapore innocente poi ripescano i pensieri gli occhi bassi sul liquido e scemano in silenzio –

L’OMICIDA

corpo pieno sotto l’impermeabile blu corti capelli – un ciuffo ripiomba sugli occhi grigi e piccoli – una smorfia disgustata sale dalle labbra carnose al naso all’insù – mani pallide dalle unghie tinte nervose e instabili – calze nere e scarpe basse ai piedi –

LA VITTIMA

corpo magro giacca scura e impermeabile grigio corti capelli biondi – ciuffo ricade sulla fronte alta – aria assorta sugli occhi chiari congelati dall’estraneità – mani magre dalle dita affilate – stivali ai piedi –

        

     

lei tirò su col naso e prese la penna dalla borsa. ricamò cerchi a vuoto sul banco color cenere poi indispettita chiamò un portatore di vassoi e se ne fece dare un’altra. rossa. fissò la cartolina. un uccello dalle mille ali e dagli occhi tondi prendeva il volo dopo la caccia e a terra brandelli di preda. sazio e liberato spalancava lo sguardo e spiegava le ali alzandosi da terra.

la voltò e lasciò in bianco l’indirizzo. spostò il viso al soffitto a raggranellare le parole tamburellando il tavolo con le unghie poi frenetica scarabocchiò segni obliqui nello spazio vuoto.

fu allora che sollevò il ciuffo dagli occhi. lo vide. e con la cartolina tra le dita tese le gambe si spostò all’indietro e si alzò.

mazzo di ventidue carte colorate e piene. lui. mescolò tranquillo i cartoncini nella sinistra. poi li compose a disegno sul banco di marmo. nel passato vide amore gentile e stanco. dal giallo sgargiante e innocuo. nel presente vide follia rossa dai campanelli astuti e incauti. e rovesciando ancora le carte dai colori ad acquarello nel futuro vide donna velata e scarna. dalla falce nella mano. e ossa e volti caderle ai piedi.

rimase a fissare i simboli senza traduzione incantato e assorto. poi prese il pacchetto dalla tasca. e mentre la fiamma attaccava la fine tonda e svelta della sigaretta scoprì tra il bruciore dello zolfo una figura riflessa cadenzare il passo verso di lui.

si avvicinò. superò un cameriere dai baffi grigio topo e poggiando le mani sulle carte confuse si sedette davanti a lui. gli occhi fissi sul tavolo la cartolina ancora tra le dita. e scandì i suoni lenta.

– non potevo che venirmi a sedere qui. la notte è troppo lunga per sopportarne l’assenza.

lui con le labbra a cerchio alitò sulla fiamma e la guardò. raggruppò le carte in mazzo e bisbigliò la risposta.

– cosa fai per vivere?

le parole gli sfuggirono impercettibili e lei per seguirle dovette alzare il viso e leggergli le labbra. poi scoppiò a ridere. lacrime incerte le solcarono le occhiaie. rise finché l’ultima vibrazione le arrivò in gola strappandole un singhiozzo. niente intorno si era mosso. le maschere continuavano l’amplesso delle dita. e gli automi continuavano la corsa alle bevande.

riprendendo fiato la voce risuonò roca e decisa.

– inspiro e sputo l’aria dal petto. centinaia di migliaia di volte al giorno. a volte chiudo gli occhi. a volte li riapro. a volte mi siedo a un tavolo a scrivere cartoline…

entrambi guardarono l’uccello impietrito nell’alzarsi in volo accanto al mucchietto ordinato dei tarocchi.

– … che non spedisco mai.

aggiunse. le labbra ancora sconvolte dal riso.

lui la fissò serio abbandonando il disegno e affascinato dagli occhi che guizzavano veloci inarcò le labbra nell’abbozzo di un sorriso. tenendo in bilico il tabacco sulle dita strisciò le mani verso le sue stanche e umide abbandonate in posa sul tavolo levigato. e le sfiorò la pelle morbida e fredda. accarezzò le unghie smaltate scavò nelle fosse del palmo aperto e cominciò a recitare la sua parte.

– le carte dicono che sono eterno. la metamorfosi dello spirito vince la mortalità.

– lo so…

disse lei piegando il collo sulle mani e baciandole.

– lo so.

ripetè continuando a premere le labbra lentamente. un ronzio insistente saliva dagli altri tavoli come se non bastassero più i dialoghi delle dita e le parole cercassero appigli dove la mimica fallisce incapace. e i movimenti che fino ad allora erano stati rallentati e precisi ora farneticavano nel gioco delle voci che rimbombavano sempre più pesanti e minacciose. tanto che se avessero voluto continuare a parlare – lui la vittima e lei l’omicida – avrebbero dovuto tendere al massimo le corde vocali in un principio di grida per potersi sentire.

ma restarono immobili e silenziosi. senza snodare le mani. poi lui con scatto repentino aspirò l’ultima boccata di fumo e premette la sigaretta fino al filtro sulla cartolina. la cenere brillò per alcuni istanti sugli occhi sbarrati del grosso uccello nero e un grido terrorizzante e acuto sembrò provenire dal becco semichiuso. assordante e interminabile di orrore. lui tolse il mozzicone spento dalla figura. e al posto dello sguardo liberato degli occhi spalancati e vivi un buco bianco marmoreo bruciacchiato ai lati e sporco di cenere. non più uccello in elevazione ma carcassa cieca agonizzante nel goffo tentativo di lasciare terra.

gli occhi fissi sulle labbra sottili lei computò le ultime parole.

– il mio amore se ne sta svanendo. e io non posso altro che ucciderti.

entrambi si sporsero in avanti per toccarsi con le labbra bagnate e assetate. movimenti svelti e decisi percorrevano il viso. e quando spalancarono la bocca lasciando posto alla lingua nell’acre sapore del tabacco lei emerse la lama dalla tasca. fu gesto istantaneo incidergli la gola da destra a sinistra. lei sentì la lingua paralizzarsi e il viso sciogliersi nell’inerzia. il luccichio affondargli nella carne preciso. e solo quando il sangue a fiotti le aveva inzuppato gli abiti e bagnato la pelle sviò dolcemente le labbra. lo guardò ancora un attimo prima di andarsene. gli passò una mano sulla fronte a ricomporgli i capelli. e si alzò.

uno dei corpi a comando si stupì poco dopo dell’insolito vivo colore dipinto sul tavolo. e dell’informe massa accasciata. la testa rovesciata alla parete e la bocca semiaperta. lo spostò con difficoltà a causa dell’insolita posizione del viso rivolto verso l’alto. poi diligente robot tornò a spazzare la cenere dal marmo. gettò le carte in un cestino colmo di vetro. scorse la cartolina bruciata e guardandosi intorno se la infilò nel taschino della divisa candida. non prima di averne letto la calligrafia incerta. due macchie rossastre gli si formarono sul risvolto esterno della giacca.

     

– l’amore non si realizza.
si desidera.
l’unico amore
è il sogno ambito di un sogno d’amore.


     

In apertura: opera di Edward Hopper

    
     
    

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